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	<title>Hardla TV</title>
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	<description>Prove tecniche di trasmissione del pensiero</description>
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		<title>Digitare il PIN</title>
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		<pubDate>Thu, 10 May 2012 14:13:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>hardla</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ecco, io vorrei conoscere chi ha calibrato l&#8217;audio delle macchinette automatiche di Trenitalia. Quelle che emettono i biglietti, avete presente? La voce che ti guida attraverso le operazioni di pagamento non ha mai un volume normale: o è un flebile &#8230; <a href="http://blog.hardla.com/digitare-il-pin/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://hardla.blogspot.it/2012/04/brignole-fs.html"><img class="aligncenter" title="Brignole FS" src="https://lh3.googleusercontent.com/-ZVnQuhOfUzg/T5UEqb0sISI/AAAAAAAAU3k/6kS7FSPR3VQ/s640/IMG_2707.JPG" alt="" width="640" height="640" /></a></p>
<p>Ecco, io vorrei conoscere chi ha calibrato l&#8217;audio delle macchinette automatiche di Trenitalia. Quelle che emettono i biglietti, avete presente?</p>
<p>La voce che ti guida attraverso le operazioni di pagamento non ha mai un volume normale: o è un flebile rantolo appena comprensibile, roba che nemmeno quando prendo il treno alle 5.20 del mattino in una Porta Nuova completamente deserta riesco a percepire; oppure quella cazzo di voce GRIDA, ma forte.</p>
<p>E quando grida un po&#8217; di spavento me lo fa, non solo per la sopresa di un rumore così forte e improvviso. Ma anche, e soprattutto, perché quando ho a che fare con un POS o uno sportello Bancomat, quando devo versare/ritirare soldi o digitare il mio PIN per un acquisto, beh, un po&#8217; d&#8217;attenzione la faccio, come tutti, credo. Mi guardo intorno, scruto se per caso c&#8217;è qualche malintenzionato pronto a segnarsi i numeri che digito per poi darmi una botta in testa e rubarmi il Bancomat e, già che ci siamo, il contante appena prelevato. Insomma, non sono solo io. Ho visto gente fare operazioni assurde, coprire il tastierino con giornali, mani, ombrelli, assumere complicatissime posizioni di yoga, lanciare delle <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Granata_stordente" target="_blank">granate a stordimento</a>, di quelle che fanno un flash fortissimo e accecante, per impedire che altri potessero sbirciare il prezioso codice  nel momento in cui esso veniva digitato.</p>
<p>Figurarsi poi in una stazione, dove per definizione barboni e malintenzionati amano trascorrere il proprio tempo libero. E figurarsi in una stazione in cui le cazzo di macchinette gridano a tutta la fauna locale il momento esatto in cui  prepararsi a sbirciare. &#8220;INSERIRE LA CARTA&#8221; (semaforo giallo) e poi &#8220;DIGITARE IL PIN&#8221; (semaforo verde), ogni volta mi immagino alle mie spalle il fruscio di almeno 30 taccuini che vengono annotati all&#8217;unisono da altrettanti scattisti della truffa.</p>
<p>Ma cristo santo, è proprio necessario che tutta la stazione sappia il momento esatto in cui inserirò le 5 preziose cifre che mi separano dalla povertà assoluta? Vivendo io in uno stato di povertà parziale il salto non sarebbe comunque altissimo, ma che volete farci, mi scazzerebbe lo stesso&#8230;</p>
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		<title>Il silenzio ai giorni nostri</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Apr 2012 09:54:16 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Driiiiiiiiiiin Driiiiiiiiiiiiiiiin &#8211; Piripì &#8211; Sbleng &#8211; Din din &#8211; Din din &#8211; Paaaa paaaa paaaa paaaa paaaa &#8211; Dubidubi &#8211; Plinplon plinplon &#8211; Oheeeeeoheoheoheeeeeh &#8211; Bzzzzzz Sarà che oggi sono particolarmente irritabile, ma è possibile mai che in una &#8230; <a href="http://blog.hardla.com/il-silenzio-ai-giorni-nostri/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://hardla.blogspot.it/2012/03/relax.html"><img class="aligncenter" title="Relax" src="https://lh3.googleusercontent.com/-BbWQEiiTen4/T2nnmTOsrvI/AAAAAAAAT_s/p6vh82s_v64/s720/IMG_1881.JPG" alt="" width="720" height="720" /></a></p>
<blockquote><p><em>Driiiiiiiiiiin Driiiiiiiiiiiiiiiin &#8211; Piripì &#8211; Sbleng &#8211; Din din &#8211; Din din &#8211; Paaaa paaaa paaaa paaaa paaaa &#8211; Dubidubi &#8211; Plinplon plinplon &#8211; Oheeeeeoheoheoheeeeeh &#8211; Bzzzzzz</em></p></blockquote>
<p>Sarà che oggi sono particolarmente irritabile, ma è possibile mai che in una stanza di un ufficio qualsiasi, 6 scrivanie, 6 persone, 6 telefoni fissi più una media di 1,5 cellulari a persona che fa circa 15 telefoni in stanza nei momenti di tutto esaurito, porte chiuse, finestre chiuse, io sia l&#8217;unico stronzo a mettere per abitudine le vibrazione al suo cellulare? Che poi tutte queste persone col telefono ci lavorano spessissimo, quindi tra telefonate, messaggi, notifiche, avvisi email (chi ha configurato il blackberry con la mail aziendale ne riceve a pacchi) i momenti di vero silenzio diventano una rarità. Sarò magnanimo e concederò a costoro di parlare al telefono, se proprio non riescono a risolvere i loro problemi per mail, ma è proprio necessario gridare? A volte in effetti sì, perché capita che ci siano 5 persone contemporaneamente impegnate in conversazioni (indovinate chi, dei 6 nella stanza, per lavoro e per indole ha poco a che fare col telefono).</p>
<p>Ecco, dal momento che sono universalmente noto come misantropo talvolta sfrutto questo mio status riconosciuto e mi rifugio in una parvenza di isolamento, concedendomi cuffiette e iPod. Certo, coprire il rumore col rumore non è proprio l&#8217;ideale, ne convengo, ma tanto dura poco, perché raramente nessuno ha qualche importante faccenda da sottopormi. Dal basso della mia misantropia (presunta) però ho imparato a mettere la vibrazione al telefono e ad appoggiarlo sulla scrivania o a tenerlo in tasca: garantisco che l&#8217;avviso di una vibrazione, quando sei comodamente seduto alla tua postazione, è ben individuabile dal soggetto interessato e, mirabile cosa, non infastidisce più di tanto le persone intorno.</p>
<p>Potrei star ore a discutere amabilmente di telefoni lasciati a squillare per ore sulla scrivania da proprietari indaffarati altrove (in altre stanze o in altri edifici) o riposti accuratamente alla cazzo in borse in modo tale che la proprietaria debba cercarlo per decine di fastidiosissimi secondi ogni volta che questo decida di squillare. Parlando di suonerie, è lecito utilizzare (rigorosamente a tutto volume, altrimenti che gusto c&#8217;è) una bruttissima canzone composta per essere inno di una squadra amatoriale di calcio di ragazzini? E&#8217; possibile che tutte queste persone non si rendano conto del fastidio che arrecano? E&#8217; possibile che costoro non subiscano il fastidio delle suonerie altrui? E&#8217; possibile che facciano finta di non accorgersi delle suonerie altrui per continuare a utilizzare i propri telefoni a tutto volume? E&#8217; possibile che far notare in maniera gentile la cosa non serva a nulla?</p>
<p>E, per concludere, è possibile che ogni volta che ripongo le cuffiette da qualche parte si formino triple gasse d&#8217;amante difficilissime da sciogliere?</p>
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		<title>Buon lavoro</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Mar 2012 12:51:23 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Io quelli che mi augurano &#8220;buon lavoro&#8221; proprio non li sopporto. Non sto salvando il mondo, non sto trovando la cura per il cancro, non sto perfezionando l&#8217;energia rinnovabile perfetta che sostituirà il petrolio. Sono un impiegato, faccio il mio &#8230; <a href="http://blog.hardla.com/buon-lavoro/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://hardla.blogspot.it/2012/03/venerdi.html"><img class="aligncenter" title="Buon lavoro" src="https://lh3.googleusercontent.com/-paYf9_Insx8/T1oLtPiM-kI/AAAAAAAAT00/bID9DOr-o34/s720/IMG_1692.JPG" alt="" width="720" height="720" /></a></p>
<p>Io quelli che mi augurano <em>&#8220;buon lavoro&#8221;</em> proprio non li sopporto. Non sto salvando il mondo, non sto trovando la cura per il cancro, non sto perfezionando l&#8217;energia rinnovabile perfetta che sostituirà il petrolio. Sono un impiegato, faccio il mio onesto lavoro di routine, come tutti, come tutti i giorni. Non ho bisogno di sentirmi dire <em>&#8220;buon lavoro&#8221;</em> quando mi accomiato da qualcuno.</p>
<p><em>&#8220;Buon lavoro&#8221;</em> lo posso ammettere in selezionate circostanze. Tipo quando uno sta ultimando un compito particolare, una cosa speciale, o un fastidioso lavoro manuale. Comunque lo riferisco ad un singolo lavoro o compito da svolgere, con esito più o meno importante, ma chiaro e riconoscibile. Tanto per fare un esempio:</p>
<ul>
<li><em><span style="color: #3366ff;">Ciao Jack, vieni in pizzeria?</span></em></li>
<li><span style="color: #6600ff;"><em>No, non posso, devo proprio riparare la bicicletta (formattare il computer, studiare un libro, pettinare il cane&#8230;)</em></span></li>
<li><em><span style="color: #3366ff;">Ah, buon lavoro, allora!</span></em></li>
</ul>
<p>In un contesto impiegatizio in cui il lavoro è a ciclo continuo io proprio non vedo un episodio particolare che richieda un augurio speciale.</p>
<p>Un <em>&#8220;buon lavoro&#8221;</em> lanciato così a caso mi fa tanto cummenda milanese berlusconiano in doppio petto. Mi sta profondamente antipatico. Alla peggio, se proprio lo si deve dire, lo si può pronunciare come presa in giro a qualcuno che lavora mentre tu fai festa. Ma anche così, sai che spasso&#8230;.</p>
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		<title>Il brand che crea l&#8217;atmosfera</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Mar 2012 12:46:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>hardla</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In questi giorni ho iniziato a leggere &#8220;Le bugie del Marketing&#8221; di Martin Lindstrom, un interessante saggio che evidenzia alcune delle tecniche tra le meno note con cui le agenzie di marketing di tutto il mondo cercano di farci rimanere &#8230; <a href="http://blog.hardla.com/il-brand-che-crea-atmosfera/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://hardla.blogspot.com/2011/01/la-spesa.html"><img class="aligncenter" title="Brand magnetici" src="https://lh5.googleusercontent.com/-yucJHK4BKso/TTx6tS83hpI/AAAAAAAAQho/2gC98qy1K_s/s720/IMG_3718.JPG" alt="" width="556" height="720" /></a></p>
<p>In questi giorni ho iniziato a leggere <a href="http://www.hoepli.it/libro/bugie-del-marketing/9788820349325.asp" target="_blank"><em>&#8220;Le bugie del Marketing&#8221;</em></a> di Martin Lindstrom, un interessante saggio che evidenzia alcune delle tecniche tra le meno note con cui le agenzie di marketing di tutto il mondo cercano di farci rimanere attaccati per le palle ai prodotti dei loro clienti, che di solito sono i <strong>brand</strong> più famosi al mondo.</p>
<p>Il primo capitolo illustra una serie di espedienti usati per colpire l&#8217;immaginazione dei bambini, per fare in modo che un tal brand rimanga scolpito in modo indelebile nella memoria del pargolo, per 3 principali motivi:</p>
<ol>
<li><em>Il pargolo stresserà i genitori per l&#8217;acquisto del brand, i genitori alla fine cederanno e diventeranno anch&#8217;essi dei consumatori del brand<br />
</em></li>
<li><em>Il pargolo crescerà, in età adulta associerà il brand ai dolci ricordi della propria fanciullezza, conferendo al marchio stesso, tramite il potere della nostalgia e del ricordo, valori di positività puramente soggettivi e spesso costruiti a tavolino</em></li>
<li><em>Il pargolo, ormai cresciuto nel culto del brand, lo proporrà alla propria prole, reiterando il circolo vizioso alla generazione successiva</em></li>
</ol>
<p>Ecco, al di là di considerazioni economiche o morali, il mio pensiero è andato ai giorni della mia infanzia. Mi sono chiesto quali fossero i marchi più importanti per me, e quali mi sono portato dietro per tutta la vita.</p>
<p>Il fatto di essere cresciuto in un periodo in cui le multinazionali stavano solo iniziando ad affacciarsi sul mercato globale, in un&#8217;epoca in cui il termine &#8220;brand&#8221; non aveva la stessa accezione attuale (e probabilmente in italiano non era ancora arrivato), forse mi ha messo al riparo da tecniche perfezionate solo negli anni successivi. Negli anni &#8217;70 il &#8220;brand&#8221; era la &#8220;marca&#8221; di un prodotto. Era un nome, uno slogan, poco più. Non si portava dietro complesse filosofie di marketing atte ad associare specifiche qualità morali ad un marchio. I brand degli anni &#8217;70 erano molto più deboli di quelli attuali, ma non significa che non esistessero.</p>
<p>Il primo brand che mi viene in mente è <strong>Coca Cola</strong>, già brand moderno anche allora. I miei genitori non me ne compravano molta, ma mi piaceva. Dall&#8217;adolescenza ho iniziato a berla con regolarità, preferendola sempre alla <strong>Pepsi</strong>, per motivi che non so spiegare ma che credo vadano oltre il semplice gusto. Nonostante le pubblicità di Michael J. Fox in piena epoca Casa Keaton/Ritorno al Futuro.</p>
<p><strong><img class="alignright" style="margin: 3px 10px;" title="LEGO Shell" src="http://www.1000steine.com/brickset/images/0377-1.jpg" alt="" width="260" height="255" />LEGO</strong> è stato il brand più importante della mia infanzia, probabilmente. Se penso a LEGO ho solo ricordi positivi, se avessi un/a figlio/a gli/le comprerei sicuramente i mattoncini e giocherei con lui/lei. Il mio sogno d&#8217;infanzia era andare a Legoland in Danimarca. LEGO però adottava già abbozzi di strategia di marketing moderno e co-branding, e lo sa bene chi ci giocava: basta solo che io scriva <strong>Shell</strong>, il distributore ufficiale di benzina della città dei mattoncini. Per tutta l&#8217;infanzia non ho mai visto dal vivo un distributore Shell, forse in italia non c&#8217;erano, ma se l&#8217;avessi mai incrociato avrei sicuramente costretto mio padre a fermarcisi.</p>
<p>Biscotti: <strong>Plasmon</strong> e <strong>Krumiri Bistefani</strong>, li adoravo da bambino e li adoro ancora adesso, i Plasmon sono i miei biscotti preferiti in assoluto.</p>
<p><strong>Disney</strong>, sicuramente. Ero un avido lettore di Topolino, nelle edizioni della <strong>Arnoldo Mondadori</strong>, anche se i lungometraggi li trovavo noiosi. Ora sono affezionato alle vecchie storie, quelle con Topolino in pantaloncini rossi, ma continuo ancora a trovare noiosi i lungometraggi.</p>
<p>Ero legato a molte marche piccole o destinate a scomparire col tempo, i gelati <strong>Eldorado</strong>, i ghiaccioli <strong>Conti</strong>, le biciclette <strong>Carnielli</strong>, i mattoncini <strong>Tente</strong>, i trenini <strong>Lima</strong>, le piste <strong>Polistil</strong>, in età più avanzata i computer <strong>Commodore</strong>, tanto per dire i primi che mi vengono in mente.</p>
<p>Ho l&#8217;impressione che gli anni &#8217;70 fossero un&#8217;epoca di fanciullezza anche per la cultura del brand, non solo per me. Almeno in una provincia dell&#8217;Impero com&#8217;era (è) l&#8217;Italia. Sospetto che in america le cose fossero già molto più avanzate, che il brand godesse già di vita propria, ma che non avesse ancora fatto il salto globale.</p>
<p>Credo che per le nuove generazioni sia una faccenda decisamente più interessante. E con &#8220;interessante&#8221; intendo dire &#8220;spaventosa&#8221;, naturalmente.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Evviva le cover</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Feb 2012 16:03:35 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://hardla.blogspot.com/2010/11/warhol-genova.html"><img class="aligncenter" title="Warhol a Genova" src="https://lh4.googleusercontent.com/-x6i4ADc3BSg/TObtYdDEv8I/AAAAAAAAQRc/OtxfCq3JR5U/s640/IMG_2884.JPG" alt="" width="640" height="640" /></a></p>
<p>Io adoro le cover. Non l&#8217;avevo mai capito, non in termini così didascalici, fino a quando un mio collega non mi ha fatto notare che il mio telefono/lettore musicale ne è pieno. Ecco, in quel momento ho capito di amare le cover, in modo istintivo e non premeditato. Ma ho iniziato ad amarle razionalmente e con cognizione di causa quando, pochi istanti dopo, ha proclamato con esagerata baldanza che a lui, in effetti, le cover fanno cagare. Che una canzone deve essere ascoltata solo nella sua versione originale. E che quindi centinaia e migliaia di artisti anche famosi devono essere tutti dei cretini (e fin qui ci può stare) incompetenti (e qui magari già di meno), penso io elaborando il suo discorso.</p>
<p>Lo perdono. A volte ama dire cose da <em>gagno</em> con modi da <em>gagno</em>, basta non prenderlo troppo sul serio. Dio, quanto mi piace la parola <em>gagno</em>. Il punto è che le canzoni sono partimonio personale e culturale di tutti, e tra i tutti ci metto anche altri artisti, contemporanei e futuri. Trovo limitante e riduttivo vincolare la canzone alla prima interpretazione che se n&#8217;è fatta. Al contrario, credo che reinventare o reintepretare secondo stili differenti (anche solo lievemente, senza necessariamente stravolgerla) una canzone, che sia più o meno famosa, possa solo aggiungere qualcosa alla canzone stessa.</p>
<p>Certo, non tutti i tentativi sono positivi. Talvolta escono fuori delle solenni porcate, sono d&#8217;accordo. Ma pure queste porcate non uccidono la canzone originale, anzi la nobilitano col confronto. Io non sono assolutamente un esperto di musica, ho i miei gusti abbastanza semplici e pure un po&#8217; limitati, lo ammetto. Ma nella mia limitatezza a volte può capitarmi di avvicinarmi ad altri generi o artisti per via di una loro cover di qualche pezzo che a me piaceva già prima.</p>
<p>Non so, tutto il Jazz è un genere che s&#8217;è retto in piedi per decenni basandosi sui rifacimenti dei cosiddetti <a title="Standard" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Standard_%28musica%29" target="_blank">&#8220;standard&#8221;</a>, anche se ci potrebbero essere dei distinguo da fare sulla definizione di &#8220;cover&#8221;.</p>
<p>I primi Beatles hanno costruito la loro popolarità <a title="Beatles Cover" href="http://en.wikipedia.org/wiki/List_of_songs_covered_by_The_Beatles" target="_blank">sulle cover</a> e a loro volta sono stati <a title="Cover dei Beatles" href="http://www.pastemagazine.com/blogs/lists/2010/11/the-50-best-beatles-covers-of-all-time.html" target="_blank">&#8220;coperti&#8221;</a> in modo impressionante.</p>
<p>Insomma, per farla breve, non trovo affatto offensivo ascoltare cover. Al contrario, mi sembra indice di grande apertura mentale. E non lo scrivo solo perché nell&#8217;iPhone ne ho un fottio, sia chiaro.</p>
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		<title>La fine della crisi</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Feb 2012 14:10:57 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://hardla.blogspot.com/2011/08/lista-della-spesa.html"><img class="alignnone" title="Alimentari" src="http://2.bp.blogspot.com/-L8bIHjawH6s/Tk1nNBHOGYI/AAAAAAAASbc/whyjP3Kdsbg/s800/IMG_7420.JPG" alt="" width="800" height="600" /></a></p>
<p>Metti che un giorno l&#8217;addetto stampa della celebre <strong>agenzia di rating Moody&#8217;s</strong> arrivi al lavoro davvero stravolto, che magari abbia scopato tutta la notte con due gemelle ninfomani albine sadomaso, lasciando davvero poco tempo al riposo del corpo e della mente. Metti che, nella sua stanchezza, invece che riportare <a href="http://borsaitaliana.it.reuters.com/article/bondsNews/idITL5E8DE0YQ20120214" target="_blank">un declassamento</a> dell&#8217;economia italiana da <strong>A2</strong> ad <strong>A3</strong>, con previsione negativa, sbagli riga e finisca per scrivere di una rivalutazione da <strong>A2</strong> ad <strong>A1</strong>, con previsione positiva.</p>
<p>Metti anche che la notizia finisca su tutti i giornali e le tv, e che Moody&#8217;s, fatta la cazzata, per non sputtanarsi pubblicamente, decida di non smentirla.</p>
<p><strong><em>Cosa succederebbe?</em></strong></p>
<p>Nella mia ignoranza di faccende economiche (e dal tono ingenuo e qualunquista del post penso si possa intuire) mi piace pensare a una improvvisa esaltazione psicotica, un vortice di esultanza e sollievo per la fine della fottuta crisi. Un circolo virtuoso di speranza che generi consumi che favoriscano prodotti che ripaghino lavoratori che a loro volta ritrovino speranza che al mercato mio padre comprò.</p>
<p>Un movimento totalmente irrazionale, puramente emotivo, che abbatta lo spread con la forza della sola economia reale con una potenza pari o superiore alle depressioni che hanno generato (o che sono state generate da) la situazione precedente. E sull&#8217;onda dell&#8217;immotivato entusiasmo anche le altre disastrate economie europee ne possano trarre giovamento, portandosi fuori dalle pericolose acque in cui navigano.</p>
<p>Lo so. Sono un illuso. La crisi è una roba mondiale, è una roba seria. Non è solo italiana o greca o irlandese.</p>
<p>E allora facciamo così. Metti che un giorno non uno, ma tutti tutti i dipendenti di Moody&#8217;s, e pure quelli di Standard &amp; Poor&#8217;s, arrivino al lavoro stravolti di stanchezza, dopo aver passato una nottata di fuoco in compagnia di trenta gemelle ninfomani albine sadomaso, quattro viados brasiliani davvero molto intraprendenti, sette nani, la Minetti (che coi nani ha dimestichezza), Fede, Mora e tutto il loro carrozzone, le ragazze Fast Food, le ragazze Cin Cin, tutti i/le modelli/e di Postalmarket dal 1985 ad oggi, Marina Ripa di Meana, tanta vodka e cocaina q.b. mescolare con cura e agitare per bene prima di servire. Che l&#8217;indomani siano così rincoglioniti da sbagliare al rialzo i rating di tutti i paesi, anche quelli con le pezze al culo,  nei quali la valuta ufficiale è così svalutata che per pagare nei negozi si usano tavolette di escrementi di bovino essiccati.</p>
<p>Basterebbe?</p>
<p>Forse no, ma sai le risate sui giornali il giorno dopo?</p>
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		<title>Tragedia greca</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 15:41:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>hardla</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://hardla.blogspot.com/2010/05/carlo-felice.html"><img class="alignnone" src="https://lh3.googleusercontent.com/-kuK1aMlEX00/S_agNamvMeI/AAAAAAAAPcg/f7aWR2k15Io/s640/IMG_1109.JPG" alt="" width="640" height="640" /></a></p>
<p>Allora, mettete questo tizio di Stoccarda, <strong>Demetrius Soupolos</strong> (29 anni, chiaro ceppo ariano) e la sua mogliettina <strong>ex reginetta di bellezza</strong>. Mettete che i due tizi vogliano disperatamente avere un figlio ad allietare le loro nottate insonni, ma purtroppo lui risulti sterile. Dal momento che, come abbiamo già notato, Demetius è nordico, e quindi privo di quei deprecabili retaggi culturali sulle corna tipici di noi mediterranei, la sua prima idea è quella di chiedere al <strong>vicino di casa</strong> di impregnare la pulzella. Pagando il disturbo, naturalmente. Una mente illuminata.</p>
<p>Il vicino, scelto perché padre di 2 figli e piuttosto somigliante al marito <em>cornendo</em>, si fa le sue riflessioni, pensa al mutuo, pensa alla reginetta di bellezza, e alla fine accetta, seppur con doveroso fastidio e riluttanza. E con buona pace di sua moglie che, evidentemente nordica pure lei, non sembra aver problemi di sorta nei riguardi di tutta la faccenda. E neppure l&#8217;ex reginetta, ad essere sinceri.</p>
<p>Passano sei mesi e la signora Soupolos non s&#8217;ingravida. Nonostante i <strong>72</strong> (<strong>settantadue</strong>, lo scrivo anche in lettere perché non ci siano fraintendimenti) <strong>faticosissimi tentativi</strong>. Tre sere a settimana, per sei mesi, fatevi i vostri conti. Il vicino, a questo punto, mi  sembra avere preso molto seriamente il suo impegno contrattuale. Vorrei vedere se al suo posto ci fosse stato il classico lavativo italiano.</p>
<p>Dopo i <strong>72-settantadue tentativi</strong>, al marito viene il sospetto che, forse, qualcosina non stia funzionando come programmato. E con molta cortesia chiede, <em>se non è troppo disturbo</em>, al vicino se potesse, <em>con calma eh che tutti quanti abbiamo i nostri impegni</em>, ma se per caso non potesse fare una visitina dal dottore, che magari, <em>non sarà sicuramente il caso</em>, ma che dio non voglia che ci sia qualche problemino in zona cazzo.</p>
<p>Il vicino allora altrettanto cortesemente risponde che in effetti, considerando anche i due pargoli già sfornati, lui di problemi in zona cazzo non ne ha. L&#8217;ex reginetta di bellezza conferma con entusiasmo. Il vicino decide comunque, per scrupolo, di fare lo stesso un controllino. In fondo il cornuto ha già pagato, sembra un atto di rispetto verso chi gli sta dando così tanto.</p>
<p>E qui scatta il colpo di genio dello scrittore di questa meravigliosa tragedia greca. Perché il vicino di casa effettivamente un po&#8217; steriluccio, alla fine, lo è davvero. E, manco a dirlo, la <strong>signora vicino di casa</strong>, ammette che, <em>ora che ci pensa</em>, i due figli mica li ha concepiti con suo marito. E che avrebbe voluto dirglielo, ma le era proprio passato di mente perché c&#8217;aveva l&#8217;arrosto sul fuoco. E qui finalmente capiamo perché aveva preso così sportivamente tutta la faccenda dei 72 tentativi.</p>
<p>Alla fine di tutto questo casino l&#8217;unico dato certo è che l&#8217;ariano greco ha pagato un sacco di soldi il vicino per trombargli 72 volte la moglie. Figli niente. Quindi almeno rivorrebbe i soldi indietro, visto l&#8217;evidente fallimento dell&#8217;impresa. E ci mette di mezzo gli avvocati.</p>
<p>Il vicino, dal canto suo, replica che mica glielo aveva garantito il figlio. Aveva solo promesso di darsi da fare al meglio delle sue possibilità.</p>
<p>E che l&#8217;abbia fatto dobbiamo proprio dargliene atto, no?</p>
<p>La parola al giudice&#8230;..</p>
<p style="text-align: center;"> <img title="Tragedia greca" src="https://lh6.googleusercontent.com/-2o-8FOZzK24/TyvsHEgS73I/AAAAAAAATfI/Jal7V6Tyabc/s500/tragedia%2520greca.jpg" alt="" width="500" height="422" /></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Splinder è morto</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Feb 2012 20:44:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>hardla</dc:creator>
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		<description><![CDATA[E così ieri 1° febbraio, a mezzogiorno circa, Splinder ha tirato le cuoia come da programma. Anzi, pure con mezza giornata di ritardo. In questi momenti provo un mix di magone e incazzatura per come la piattaforma è stata lasciata &#8230; <a href="http://blog.hardla.com/splinder-e-morto/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a class="lightbox" title="Splinder" href="http://blog.hardla.com/?attachment_id=809"><img class="alignnone size-full wp-image-809" title="Splinder" src="http://blog.hardla.com/wp-content/uploads/2012/02/splinder.jpg" alt="" width="800" height="228" /></a></p>
<p>E così ieri 1° febbraio, a mezzogiorno circa, Splinder ha tirato le cuoia come da programma. Anzi, pure con mezza giornata di ritardo.</p>
<p>In questi momenti provo un mix di magone e incazzatura per come la piattaforma è stata lasciata agonizzare fino alla morte. Devo tanto a Splinder e ai suoi ideatori, quelli di Tipic. Grazie a loro ho scoperto il piacere della comunicazione scitta e tante altre belle cosucce che, in parte, ho già descritto in altri post, tipo <a title="Mezzo Decennio" href="http://blog.hardla.com/mezzo-decennio/">questo</a>. Grazie a Splinder ho conosciuto  <strong>marchesadesade</strong> (che poi nel cambio s&#8217;è scoperta <strong>santuzza</strong>, un salto piuttosto ardito, devo ancora decidere se ci ho perso o guadagnato).</p>
<p>L&#8217;incazzatura è per come è stata gestita la vita tecnologica di Splinder, dopo che i suoi fondatori hanno monetizzato il loro lavoro vendendolo a una ditta che, sulla carta, avrebbe dovuto far crescere ulteriormente la piattaforma. Dada invece non è riuscita a capire cosa aveva tra le mani e, soprattutto, non ha capito come farci dei soldi. Perché il punto è sempre e solo quello. Non si è sviluppato un modello di business credibile. Splinder, per i nuovi possessori, è diventato principalmente una scocciatura. Decine (centinaia) di migliaia di utenti, e tutti che <strong>pretendevano</strong> che il loro blog fosse sempre online, che funzionasse bene (che pretese), che si adeguasse tecnologicamente la piattaforma e che magari qualcuno fornisse loro assistenza, in caso di magagne. Tutti costi non trascurabili, anche viste le dimensioni raggiunte dalla comunità.</p>
<p>Ecco appunto, la comunità. I blog possono anche sopportare la chiusura di una piattaforma, io mi sono trasferito, tanti altri l&#8217;hanno fatto. Tutti quelli che volevano tenere in vita tanti anni di tasti pigiati davanti a un monitor si sono attrezzati in qualche maniera. Ma la comunità s&#8217;è persa. Una diaspora ci ha scaraventati ai 4 angoli del ciberspazio. Al contrario di tante altre piattaforme Splinder non era un blog con anche una community. Splinder ERA una community. Sarà che quando molti di noi si sono iscritti il fenomeno dei blog era agli esordi, almeno in italia, c&#8217;era un passaparola quasi massonico tra gli adepti, i quali si sentivano davvero parte di qualcosa e si sono sentiti in dovere di accogliere, nel tempo, tutti i nuovi arrivi. Spesso sopperendo alle carenze della struttura Splinder.</p>
<p>I blog, la community, le persone che stavano dietro agli avatar, erano un patrimonio che i proprietari di Splinder hanno deciso di sperperare, chiudendo un sito che altri editori si erano perfino offerti di mantenere in vita, rilevandone la struttura. Quindi un doppio grazie agli ultimi proprietari di Splinder. Splinder non è morto ieri, non è morto neppure quando la gente ha iniziato ad iscriversi a facebook. Splinder è morto alcuni anni fa, quando la proprietà ha deciso di non investire nella piattaforma, senza aggiornarla, senza adeguarla a funzionalità più moderne, senza capire come farla rendere, facendola andare alla deriva, in mano solo ai propri utenti.</p>
<p>Grazie Splinder. Grazie di tutto. Hai cambiato la mia vita, e mi mancherai.<br />
Hardla</p>
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		<title>Make it a ******* night</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Jan 2012 16:10:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>hardla</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Blockbuster chiude, anche in Italia. L&#8217;altra sera ho visto un tizio che con un rullo e della piuttura nera censurava rozzamente le lettere gialle dell&#8217;insegna. Altrettanto rozzi cartelli annunciavano svendita totale e grandi sconti. Non è una novità, da anni &#8230; <a href="http://blog.hardla.com/make-it-a-blockbuster-night/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 810px"><a href="http://hardla.blogspot.com/2012/01/chiusura-con-censura.html"><img title="Blockbuster" src="http://1.bp.blogspot.com/-JcYRKAt26II/TyJiyHb8uCI/AAAAAAAATYU/p0V08a-fUhg/s800/IMG_0922.JPG" alt="" width="800" height="800" /></a><p class="wp-caption-text">Nella foto l&#39;insegna del negozio di Genova centro, dopo la censura</p></div>
<p><a href="http://www.blockbuster.it/" target="_blank">Blockbuster</a> chiude, anche in Italia. L&#8217;altra sera ho visto un tizio che con un rullo e della piuttura nera censurava rozzamente le lettere gialle dell&#8217;insegna. Altrettanto rozzi cartelli annunciavano svendita totale e grandi sconti.</p>
<p>Non è una novità, da anni leggiamo notizie sempre più preoccupanti per la sorte della multinazionale del divertimento a noleggio. Il P2P e i nuovi (per noi, in America ci sono da anni, che le loro connessoni internet non sono pietose come le nostre) servizi di noleggio via web hanno eliminato l&#8217;esigenza stessa del noleggio di film. Perché uscire di casa, prendere la macchina, giudare verso il più vicino mall, affittare un film, tornare a casa e rifare tutto quanto entro un paio di giorni per restituirlo, pena una maggiorazione del costo, quando puoi semplicemente guardarti un film in streaming nel tuo salotto? In effetti, come logica non fa una grinza. O forse sì, ma ci tornerò dopo.</p>
<p>Dunque Blockbuster chiude. Sono pervaso da un duplice sentimento. Lo dico chiaro, Blockbuster m&#8217;è sempre stato sui coglioni, sin dal primo giorno, sin dal nome &#8220;<em>Blockbuster</em>&#8220;, che prometteva solo film che sbancavano il botteghino. I primi tempi era proprio così. Entravo nel negozio vicino a casa mia e ci trovavo pereti intere dello stesso film fracassone con effetti speciali, o della stessa pellicola strappalacrime in cui qualcuno ha sempre un male incurabile. Scelta zero.</p>
<p>A Genova c&#8217;erano videonoleggi (e  sottolineo la parola <span style="text-decoration: underline;">video</span>, come in <span style="text-decoration: underline;">video</span>cassette) davvero fornitissimi. Ci trovavi di tutto, se ne non trovavi proprio quel film thailandese con sottotitoli in aramaico, te lo facevano arrivare. E se non esisteva, lo giravano loro nel retrobottega, per evitare la brutta figura. Il più famoso negozio di Genova aveva perfino un trenino da luna park che girava per il negozio (per cagarci sopra i bimbi e dimenticarsi di loro fino al momento di ritornare a casa), cimeli dei film di Hollywood e foto del proprietario ritratto in pose poco meno che photobombesche con tantissime star, tutte quelle che riusciva a beccare. Film dapperttutto, un gioioso casino.</p>
<p>In questo panorama ti arriva Blockbuster, col le sue pareti immacolate, i suoi ordinatissimi scaffali di film disney tutti uguali, una scelta che nei periodi buoni sfiorava le due dozzine abbondanti di titoli. In compenso un noleggio costava (in quei primi tempi) quasi quanto l&#8217;acquisto del film. Una merda. Però aveva la coca cola, i popcorn e i quattro salti in padella.</p>
<p>Ho iniziato a frequentare sul serio la catena Blockbuster qualche anno dopo, quando i prezzi dei dvd in vendita hanno iniziato ad essere interessanti, soprattutto per una buona politica di sconti e per la buona selezione (finalmente) di film usati. E in un secondo momento anche per gli sconti sui videogiochi, nuovi ed usati, e per i Blu-Ray. Ed infine per il gelato <a href="http://www.haagendazs.com/"><em>Häagen</em>-<em>Dazs</em></a> il cui vuoto non sono più riuscito a colmare, dopo la chiusura della gelateria in cima a Via XX Settembre. Sia lode alla vaniglia, alle noci pralinate, quelle macadamia e ai biscotti al cioccolato.</p>
<p>Insomma, negli ultimi tempi Blockbuster non mi stava più tanto sui coglioni. Certo, non m&#8217;è mai piaciuta la pacchianaggine da multinazionale bigotta, ma ci entravo piuttosto spesso, nelle mie scorribande pedestri in pausa pranzo. La scelta non era da negozio specializzato, ma almeno non era pessima come agli esordi. Per i noleggi mi rivolgevo altrove, naturalmente (e con questo non intendo minimamente dire che scaricassi illegalmente alcunché, sia chiaro), ma per l&#8217;acquisto era uno dei posti che battevo con più frequenza.</p>
<p>Blockbuster è stato ucciso da internet, e non solo dai suoi aspetti più oscuri e illegali. Anzi, in Italia, paese tecnologicamente arretrato, siamo ancora molto affezionati al possesso fisico del nostro bel DVD, con la sua custodia, la fascetta con trama, credits e locandina. In Italia siamo tutti bifolchi legati alla &#8220;<em>roba</em>&#8220;, tanto per sbatterci lì la citazione da liceo di Verga. Forse perché non dobbiamo prendere necessarimente la macchina per andare al mall più vicino, vista la buona scelta di negozi nei centri delle città, e forse anche perché la nostra potentissima rete internet non ci consente di vedere film full-hd in streaming.</p>
<p>In America, invece, hanno deciso che il medium fisico (il cd, il dvd, il libro) è il male assoluto, e deve essere estirpato alla radice, non senza buoni motivi (ecologia, praticità etc.), ma non riesco a togliermi dalla testa che il motivo principe sia sempre il solito caro e vecchio profitto.</p>
<p>Insomma, Blockbuster chiude. Per onorarne la memoria mi sono recato nel loro punto vendita e ho comprato un gioco per la Playstation e il cofanetto in Blu-Ray di Ritorno al Futuro, col 25% di sconto.</p>
<p>Con buona pace di Verga.</p>
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		<title>Le fasi di un fotografo</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Jan 2012 09:44:30 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[(cliccare sull&#8217;immagine per ingrandirla) Chi bazzica i siti di fotografia (e perché dovrebbe, poi?) probabilmente ha già visto questo grafico altre volte. E&#8217; una spiritosata molto celebre, per quanto possa essere celebre una spiritosata per nerd fotografi, ovviamente, che illustra &#8230; <a href="http://blog.hardla.com/le-fasi-di-un-fotografo/">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a class="lightbox" title="stages of a photographer" href="http://blog.hardla.com/wp-content/uploads/2012/01/b2feF-1024x858.png"><img class="aligncenter size-large wp-image-734" title="stages of a photographer" src="http://blog.hardla.com/wp-content/uploads/2012/01/b2feF-1024x858.png" alt="" width="620" height="519" /></a><span style="font-size: 11px;"><em>(cliccare sull&#8217;immagine per ingrandirla)</em></span></p>
<p>Chi bazzica i siti di fotografia (e perché dovrebbe, poi?) probabilmente ha già visto questo grafico altre volte. E&#8217; una spiritosata molto celebre, per quanto possa essere celebre una spiritosata per nerd fotografi, ovviamente, che illustra le fasi della vita di un fotografo, dalla scoperta del primo telefonino con fotocamera (&#8220;<em>ehi, guarda com&#8217;è bello il mio gatto!</em>&#8220;), fino alla morte del protagonista.</p>
<p>Legenda:</p>
<ul>
<li><em><span style="color: #e05e04;">la linea arancione indica il livello delle conoscenze del fotografo (tecnica, composizione, cultura, materiali&#8230;)</span></em></li>
<li><em><span style="color: #47abc6;">quella azzurra la qualità delle foto percepita dal fotografo stesso</span></em></li>
<li><em><span style="color: #69be04;">quella verde la qualità reale delle sue foto</span></em></li>
</ul>
<p>Questo grafico merita uno sguardo meno fugace del normale, per due motivi. Il primo è che è simpatico, prende in giro un po&#8217; di luoghi comuni legati alla pratica fotografica: quando ho visto la <strong>&#8220;buca HDR&#8221;</strong> mi sono metaforicamente schiantato dalle risate perché, come molti, pure io ci sono caduto. Ma, per fortuna, ho avuto la forza di rialzarmi piuttosto velocemente. Poi, la beata ingenuità del principiante.  Le esaltazioni e le depressioni bipolari: <em>&#8220;tutto quello che fotografo è bello&#8221;</em>, <em>&#8220;cazzo, faccio schifo&#8221;</em>. Le iniezioni artificiali di esagerata autostima che derivano dalla frequentazione di siti tipo Flickr o simili, ma ci metterei anche Facebook, la benevolenza degli amici e gli obbligatori complimenti della nonna, tutte circostanze in cui la parola &#8220;<em>magnifico</em>&#8221; viene usata con scarsa parsimonia.</p>
<p>Il secondo e più importante motivo è che questo grafico è fottutamente vero. Certo, ci possono essere scarti più o meno significativi, ma a me le cose stanno andando all&#8217;incirca in questo modo. Se dovessi trovare una mia posizione sul grafico, direi che sono tra <strong>&#8220;Ho trovato una vecchia macchina a pellicola&#8221;</strong> e <strong>&#8220;Composizione&#8221;</strong>, anche se in realtà non sono ancora ad un livello di bravura tale da potermi permettere una sola esposizione per ogni inquadratura. Sui livelli di qualità reale (<span style="color: #69be04;">linea verde</span>) non mi sbilancio, ma vi posso assicurare che la mia percezione (<span style="color: #47abc6;">linea azzurra</span>) sta salendo proprio come nel grafico.</p>
<p>La cosa singolare è che per arrivare al mio punto attuale, da un punto di partenza simile a quello iniziale, mi ci è voluto solo un annetto e mezzo. A <strong>luglio 2010</strong>, pur avendo già sviluppato mie idee personali sulla composizione dell&#8217;immagine (che sarebbero state ridiscusse in modo piuttosto radicale nei mesi successivi), partivo per il Giappone con la mia reflex digitale fermamente settata sul programma automatico (&#8220;<em>così non faccio casini</em>&#8220;) e pochissime nozioni di tecnica. Per questo motivo molti dei miei scatti giapponesi, per quanto possano essere più o meno interessanti visivamente, sono compeltamente sbagliati dal punto di vista tecnico. E non vi sto a dire quanto ciò mi faccia incazzare.</p>
<p>Avevo sì un cavalletto, e per questo motivo sono caduto nella buca HDR con un po&#8217; di anticipo rispetto alla media. La qual cosa ha generato alcune bizzarre incongruenze del tipo che, al momento di iscrivermi al mio primo corso di fotografia (un corso <strong>intermedio</strong>, un riconoscimento che all&#8217;epoca mi aveva riempito di orgoglio, perché non mi sentivo un dilettante), sapevo perfettamente dominare la tecnica per produrre <strong>HDR</strong> davvero sfrontate, ero un maestro a fare <strong>foto panoramiche</strong> (scatta, gira, scatta, gira, scatta, gira, scatta, sbatti tutto dentro autostitch&#8230;), sapevo ritoccare discretamente con <strong>Photoshop</strong>, ma non avevo idea di come comportarmi con la misteriosissima <strong>profondità di campo</strong> (il che significa che non avevo afferrato neppure nulla dei <strong>diaframm</strong>i, robetta mica da poco, però almeno i tempi li avevo capiti&#8230;). Ciò mi rendeva a tutti gli effetti un ingegnere con la macchina fotografica, piuttosto che un fotografo.</p>
<p>Da quel momento, era <strong>dicembre 2010</strong>, ho divorato con voracità <a href="http://www.bortolozzo.net" target="_blank">3 stimolantissimi corsi</a>, tutti intermedi, uno dietro l&#8217;altro. Più un workshop. Ho acquistato e letto decine di libri, illustrati e non. Ho scoperto una passione che non sapevo di avere. E, alla fine, ho trovato quella vecchia macchina a pellicola di cui parlavamo prima, che sento mi darà grandissime soddisfazioni.</p>
<p>Sempre che riesca a trovare i rullini, perché già la pellicola non è che si utilizzi più molto, oggigiorno, e in più io uso il <strong>formato 120</strong> (detto anche <strong>6&#215;6</strong> per le dimensioni in cm del fotogramma) molto più raro di quello normale (il <strong>135</strong>, detto anche <strong>35mm</strong>). In più la mia pellicola preferita, quella con la massima sensibilità, è la portentosa <strong>Ektar</strong> da 100 ISO, che costa modici 6€ per un rullino da 12 scatti. Ed è prodotta da <strong>Kodak</strong>, casa che dopo <strong>120</strong> (no dico, 120 anni, formato 120, non sarà mica un caso vero?) lunghi anni di onorata attività, <a href="http://www.ilpost.it/2012/01/19/kodak-ha-fatto-richiesta-di-fallimento/" target="_blank">decide di fallire giusto oggi</a>, proprio mentre inizio a fotografare io. Tutta colpa dei Maya, sicuramente.</p>
<p>Ma porca zozza.</p>
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